21:31
insciallah
Fatto.
Una decisione presa.
Si cambia vita.
O forse si continua solamente.
E si ricomincia sempre.

Fatto.
Una decisione presa.
Si cambia vita.
O forse si continua solamente.
E si ricomincia sempre.

Se ho sempre desiderato che gennaio passasse in fretta perchè è un mese odioso, non ho mai avuto niente da dire contro febbraio. E poi arriva marzo e il suo carico di cambiamenti.
E non si inizia una lettera con un "se".
E neanche un periodo con "e".
Ma chi se ne frega.
Marzo è sempre stato il mese delle trasformazioni. A marzo mi sono laureato due volte, ho accettato diversi lavori, ho perso la testa per una ragazza una volta. Ora le disposizioni del fato non sembrano tardare ad apparire. Destino o caso che sia, dovrò scegliere.
"Dottor B.?"
(Amo quando mettono dottore prima, alimentano inevitabilmente il mio narcisismo)
"Sì?"
"Ho bisogno di questi dati perchè le stiamo prorogando il contratto..."
(Eh?)
"No, scusi, ma a quali condizioni?"
"In che senso?"
(Idiota di una pescivendola, secondo te?)
"Nel senso che quando sono entrato mi era stato detto che al rinnovo sarebbe aumentato il mensile".
"Ah, ma chi l'ha detto?"
(Babbo Natale. O ET, vedi tu. O magari quella che hanno licenziato perchè tu lecchi meglio il culo).
"La Dottoressa A."
(Evviva, un mondo di dottori senza senso oggi, eh)
"Ah, guardi, venga nel mio ufficio lunedì che ne parliamo".
Ecco qui.
Lunedì o si accettano le mie condizioni o saluti e baci. Anzi, solo saluti. Che alla fine è giusto così, io sempre il solito a procrastinare decisioni solo alla fine, io che neanche un mese fa volevo mollare tutto e fare il Verlaine della scrittura (senza ciularmi maschietti, però, mi piace l'eterosessualità), a vivere in una stamberga e sperare di sbarcare il lunario.
E fondamentalmente ho lasciato che le cose andassero proprio così, poco male. Arriva Marzo e mi obbliga a prendere parte alla mia vita.
Credevo di aver ripreso possesso delle mie funzioni già a novembre, ma mi illudevo. Quante volte crediamo di "esserci" mentre in realtà facciamo solo finta? Tante, troppe. Se siamo fortunati e un minimo capaci di autocritica ce ne accorgiamo. Tardi, ma ce ne accorgiamo. Chi è sfortunato e stupido continua a respirare aria viziata e camminare su specchi.
Per una volta tanto scrivo di giorno.
Il sole bacia Bologna, l'aria sa di primavera, io sono docciato e caffeinizzato, che beltà.
Di notte è più facile scrivere e chiacchierare. L'oscurità ti permette di dire la verità con meno rimorso, come se il buio mascherasse qualche emozione o l'entità Notte ti lasciasse un passpartout speciale. Pensaci. Non hai mai avuto conversazioni notturne interessanti? Quante volte ti sei innamorato in una serata? E alla luce del sole? Al buio è tutto più semplice, è un cavillo mentale che abbiamo da sempre. Di giorno, bè...è sempre difficile fare le cose alla luce del sole, dire la verità alla luce del sole. Siamo programmati per mentirci, spesso e volentieri. Gli esseri umani sono prima di tutto dei bugiardi, chi più, chi meno. Si chiama vivere in società. O, a volte, diplomazia.
Mi sono concesso un po' di panico martedì scorso.
O meglio, una piccola esplosione.
Era un anno e mezzo che non perdevo il controllo, che facevo sì con la testa senza capirne il perchè. Mi faccio tenerezza (termine che spesso si usa al posto di compassione o pietà). Marzo ha urlato martedì scorso. Io ho perso i freni, ingurgitato diverse birre, fatto scendere mezza boccia di montenegro giù per l'esofago. Le chiamo "le sbronze che servono". Le più grandi illuminazioni le ho avute così, ognuno ha i suoi metodi. Io capisco tutto attraverso l'autodistruzione, mettiamola così. Ho bisogno di affondare la faccia nella terra e scavare con i denti per arrivare poi a capire che preferisco l'aria. E anche il sole, sebbene la notte sia il mio elemento naturale.
E oggi, con questa giornata sgombra di nuvole, parlo tranquillamente senza timori. Probabilmente avrò il culo per terra la prossima settimana. Sono arrivate le bollette, ad aprile mi tocca pure l'assicurazione della macchina (700 euro tonde tonde per un timbro, che figata), l'affitto del primo del mese.
Martedì fuori controllo. Ma è servito.
La mia fortuna è che non devo pensare ad altre persone, non ho figli (almeno che io sappia), nè tantomeno da versare un centesimo a chi mi ha dato la vita. Potrebbe andarmi molto peggio e ora non mi resta altro che fare i conti con i desideri di neanche un mese fa.
Non sono fatto per i compromessi, la mia difficilmente sarà mai una vita ordinaria, me ne faccio una ragione d'essere.
Anzi.
Marzo, in un modo tutto suo, mi ha sempre obbligato a essere. A tornare a essere, in qualche caso.
Non so come andranno le cose. Non ne ho idea.
Ma ho spolverato le paure, ho tutta l'intenzione di credere con la fede di un uomo santo e con i difetti di un peccatore. Lascio le maschere a chi ne ha bisogno. Voglio incazzarmi. Voglio ridere, di me, di te, di questa sciagurata e meravigliosa vita quotidiana. Voglio la passione, voglio lo scontro, voglio mangiarmi una mela steso su un prato a guardare il cielo. O magari una schifezza incredibile unta e bisunta, anche. L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re, ma io pretendo di coltivarla in quello che sono, nella notte, nel giorno. Che poi, al voglio basta sostituire l'essere. "A volta basta pensare di meno e agire". Avrò sempre il gene della procrastinazione nel dna, ma alla fine scelgo sempre,nel bene o nel male. E ciò mi basta. C'è chi non sceglie mai e non invidio tali persone. Ci sarà sempre un marzo per me o forse un ragionamento o l'impulsività di un frangente a condurmi alle decisioni.
Un fattore X che ci "sconvolge" la vita. Inutile attenderlo. Arriva sempre. E spesso siamo noi stessi, senza accorgesene.
E spesso siamo noi stessi, ma accorgesene non è semplice, soprattutto di giorno, con il sole che lima le ombre di una vita.
Ma poi.
Belle o brutte che siano le conseguenze.
Non ho mai avuto rimpianti o rimorsi sulle scelte che ho fatto.
Perchè diciamocelo.
Scegliere significa vivere.
E questa giornata di Marzo è magnifica.
Io ho 26 anni, 27 fra poco più di un mese.
Una certa età, insomma.
Ma non riesco a fare a meno di lasciare il mio lato ridicolo e bambino. Ci tengo troppo. E sto meditando di andare in redazione così conciato uno di questi giorni. Sarebbe fantastico farmi licenziare con il ghigno in faccia,
Che poi, io mi dico sempre di non scrivere prima di andare al lavoro, altrimenti arrivo già stanco e mettermi sopra gli articoli per otto ore è ancora più faticoso.
Solo che è difficile non assecondare gli istinti per me e quindi.
E quindi eccomi qui.
Dedicato a entrambi.
Le mie fantasie nascono nei momenti più disparati e mi portano a ragionamenti e fili rossi da seguire, cammini incerti che non so mai dove andranno a finire. L’improvvisazione è arte.
Cosa potrà mai essermi successo visto che ho seguito la mia abitudine consolidata di doccia-vestiti-bar-caffè-sigaretta? Niente, in realtà. O meglio: ho incrociato una mamma. Se ne usciva dal parchetto che ho dietro casa – un’illuminazione per me quel parchetto, semplicemente f-a-n-t-a-s-t-i-c-o – e portava il passeggino con aria stanca, sebbene fosse vestita al meglio, truccata, stivali alla moda. Sì, insomma, era più da discoteca che da parchetto con bebè.
Ed è allora che ho pensato.
Ma noi uomini che ne sappiamo delle donne?
Dico davvero, eh.
Siamo esseri binari, sì o no, accesi o spenti, sesso o playstastion. I più fortunati, però, sono dotati di una particolare sensibilità che permette loro di sfiorare quello che le donne non dicono. O interpretare nel modo giusto quello che dicono. O, ancora, riconoscere certi particolari.
È una sensibilità-neon, mettiamola così. Non è brillante, ma fa luce. Permette un’integrazione migliore – a tratti – tra due universi distinti e lontani.
Io, per dirne una, ho un grave difetto: non mi accorgo mai di quando una donna si taglia i capelli. Non lo faccio apposta, eh. Per uno che vive di particolari è però tragico e vergognoso ammetterlo. Ed è ancora più tragico perché donne e capelli comunicano sempre qualcosa. Il più delle volte bisogna stare in guardia: un taglio drastico significa che stanno per prendere una decisione che meditano già da tempo. E, altra cosa, non c’è nulla che noi potremmo dire o fare per contrastare tale scelta. Quando Sara mi diceva “devo tagliarmi i capelli”, io sudavo sempre freddo e mi facevo esami di coscienza. Ecco, bisogna sempre stare attenti ai particolari.
E insomma, ho visto questa mamma del parchetto, una bella donna. Una triste bella donna. Non ho pensato a “oh, una milf” – per le persone più candide “Mom I’D Like to Fuck” –, ma a quanto una donna abbia bisogno di sentirsi bella certe volte. Vedi, caro amico, ho imparato una cosa: non è mai abbastanza che accanto a sé una donna abbia l’uomo più bello, dolce e premuroso del creato. Ogni tanto una donna ha bisogno di sentirsi bella e basta: eccola uscire allora tutta “acchittata” per le strade del centro o per una serata tra amiche o, che so, per fare un giro al parco con il bimbo. E, bada caro amico, non significa che è pronta ad avere avventure, ma solo che apprezza uno sguardo o solo essere baciata da un sole primaverile o magari ritrovare una femminilità che aveva trascurato per motivi banali. Ah, tra i motivi banali spesso e volentieri ci siamo noi uomini, eh, dove credevi che fossimo? Proprio per questo motivo è stupido fare scenate di gelosia: se la tua (tua per modo di dire) donna si fa bella senza di te, lascia perdere, è una battaglia persa. Un po’ di gelosia è giusta, ma non provare a fare scenate, è la maniera più stupida per dimostrarti ancora più imbecille.
Quando scrivo di queste cose vengo soventemente criticato. Mi si propongono i casi borderline o eccezioni che dimostrano il contrario. Lo so che non è sempre così, ma in linea generale è così. E poi, sinceramente, non mi interessa. Tutti siamo unici e irripetibili, ma certi atteggiamenti o modi rimangono sempre tali sia da una parte – cari miei ometti – che dall’altra – care donne du du du –.
Vedi, mio caro amico, di donne folli ce ne sono poche. E per folli intendo esseri binari. Essendo donne sono geneticamente predisposte a pensare più di noi, a valutare cose che diamo per scontate, a prendere decisioni che spesso non ammettono possibilità di replica. Anche se non lo ammettono per non ledere il nostro orgoglio, noi ometti siamo esseri prevedibili. E se vuoi conquistarla devi saperla spiazzare, sorprendere, confondere. Sono sicuro che Cristoforo Colombo abbia scoperto l’America apposta per questo motivo: “Sai che ti dico, bella? Che ti porterò qualcosa che tu non hai mai visto!”. E qualche mese più tardi si presentò con un casco di banane e del cioccolato, te lo dico io. Ma c’è dell’altro. Essendo donne, hanno bisogno di una controparte leggera e binaria per la loro sanità mentale e quindi eccoci qui. Punto e a capo. E di ritorno c’è la sensibilità-neon, quella che i più fortunati hanno per convivere meglio nella sinergia che due corpi contrapposti e legati bipolarmente creano.
Oh, potrei andare avanti per delle ore a parlarne. Eppur sbagliando, magari. Ma con il sorriso sulle labbra. Calcola, caro mio amico, che tu sei fregato in partenza. Non cercare mai di capire il senso delle donne, non ci arriverai mai. Io? Io non lo sto facendo. Sto semplicemente pensando con arroganza ed esperienza, sapendo allo stesso tempo di non fare i conti con mille altre variabili.
A me, per esempio, mi hanno sempre fregato con una tecnica subdola. Mentre mi addormento o mi sveglio, ecco che scatta una domanda terribile davanti alla quale non ho ancora attivato nessuna difesa e alla quale rispondo con una naturalezza che sa di stupidità. Ho un vago ricordo di una volta che ho semplicemente sentito in seguito “ah, allora è vero che quella ci provava”. E poi il muso per tutta una giornata. Che a lei mica interessava se quella ci provava o meno, ma – e qui casca l’asino – che non bisogna mentire. Mai. Anche se è una cazzata, eh. E non importa se le prime a fare buon viso a cattivo gioco sono loro, eh. In questa guerra dei sessi, loro sono armate sempre meglio di noi, maledetti bamboccioni con un lembo di carne tra le gambe.
Ma no, ma no, che io scherzo.
Alla fine non è una guerra.
E le donne non sono migliori di noi, caro amico.
Sono – semplicemente – diverse.
Mentre osservavo la mamma tornare verso casa, mi sono detto che forse dovremmo sforzarci a creare un sistema meno “binario”, tutto qua. Intuire che dietro a un sorriso o un bel culo c’è una donna con pregi, difetti, limiti e eccellenze. Ammettere che siamo migliori quando ci innamoriamo di una di loro.
Caro amico mio, che dire?
Io te lo sussurro con sincerità.
Delle donne ho ancora tanto e troppo da capire.
Ma sono lezioni a cui non rinuncerò mai.
A come abbracciare.
Abbracci così mi ero dimenticato che esistessero. Un abbraccio che sa di casa, di tempo che cristallizza, di ascensori che si aprono a sorrisi.
B come baci.
E come altrimenti? Non ho idea di quanti ne abbia dati in vita mia, molti senza pensarci, altri senza senso, qualcuno per impeto. Ma alcuni rimangono per sempre.
C come cantare.
Sempre e comunque. La mia attività preferita in macchina: finestrini abbassati anche se fa freddo e cantare a squarciagola. Mondo, non sono io quello pazzo, sei tu quello che ha dimenticato cosa significa cantare.
D come dannazione.
Avrei molti peccati da scontare all'inferno, se esistesse. Ma credo di scontarli spesso e volentieri a fasi alterne già su questa terra, quindi spero nel bonus.
E come esigente.
Lo sono, lo sarò sempre. Ma prima di tutto: con me stesso.
F come fanculo.
Ovviamente. Perchè un fanculo ci salverà. Fanculo all'ipocrisia, fanculo a chi usa parole a sproposito, fanculo a chi mi mette i bastoni tra le ruote.
G come gioco.
La vita l'ho sempre presa così, si vince, si perde.
H come handicap.
Sono sprovvisto di filtri mentali, quelli che probabilmente danno in omaggio quando si diventa maggiorenni, quelli che servono a convivere in società. Io penso e dico. Sono un handicappato.
I come idiota.
E, Diavolo, quante figure da idiota ho fatto in 26 anni di vita...ma non ce n'è alcuna a cui voglio rinunciare.
L come lasciare.
L'ho fatto, sono stato. Odio quando succede, in entrambi i modi. Lasciare significa sempre fallire un sogno.
M come Matteo.
Mi presento. Romantico ottocentesco del cazzo. Sono e resterò sempre tale, mi dispiace. Anzi. No, non mi dispiace. Ma con M ci sta anche Montenegro. O Matilda. Qualcuno conosce una Matilda?
N come narrare.
Lo facciamo sempre nella vita di tutti i giorni. Io lo vorrei fare per vivere. Credo che non sia così semplice come dicono.
O come oblio.
L'ho visitato. E' un posto freddo.
P come piangere.
Vorrei farlo, ma soffro di un blocco emozionale. Non piango da quando ho visto morire una persona a me cara. La mia psicologa dice che quando succederà, sarà un casino. Ah, per la cronaca: non ho soldi per andare dalla psicologa, quindi la ringrazio qui perchè è una cara amica che analizza gratuitamente la mia instabilità. E, Dio, ho sempre sognato dire "la mia psicologa".
Q come Quasimodo.
Il gobbo, naturalmente. Siamo tutti sotto Notre-Dame ad aspettare il momento giusto per suonare le campane a festa.
R come risate.
Senza ridere non possiamo sopravvivere. E c'è da ringraziare sempre chi riesce a donarci questa sensazione che ci rende divini.
S come sesso.
Non ne farò mai a meno. Le mie coinquiline hanno scritto una mia frase sul muro della cucina. "Nella vita non chiedo altro che una ninfomane sensibile". Sono morte dal ridere quando l'ho detto. Io ero serio, cazzo.
T come tatuaggi.
La mia pelle ne accoglie cinque, ma nella realtà dei fatti sono molti di più. Ci sono cose che non vanno mai via, con cui ci puoi convivere. Come te stesso.
U come urlare.
Che non è mai tutto qua.
V come Verità.
Basta cazzate, me lo sono detto ad agosto del 2008. Prendere o lasciare.
Z come zingaro.
Lo sarò fino a quando non sentirò l'appartenenza a una terra. O ad una persona.La casa, in fin dei conti, è ciò che sentiamo, non ciò che è.
E questo era l'alfabeto di un'anima a fine di un febbraio che ha preso, dato e fatto sognare.